Pane e tempesta?

Pane e tempesta è nato e cresciuto tra il 2010 e il 2011, come un laboratorio di teatro con i ragazzi e le ragazze della struttura di seconda accoglienza di Via della Canapa a Bologna - d'età tra 8 e 16 anni. Il progetto teatro è stato ideato da me e Attilio Folegatti, insieme ai volontari dell'associazione Harambe, da anni attiva con i giovani del centro, e ha trovato un 'quartier generale', dalle prove agli spettacoli, negli spazi di Vag61.

 

Sei mesi di laboratorio teatrale, per sperimentare scene personaggi e teatralità e per vivere la forza del palcoscenico e del pubblico, superando le paure, a cui è seguito uno spettacolo, ispirato all'omonimo libro di Stefano Benni, allora fresco di stampa.


Perché il teatro?

Vivere al confine tra città e periferia, trovandosi a parlare lingue diverse con i genitori, con i compagni di classe, con professori e maestri, percepire differenze culturali, sforzandosi di circoscriverle, magari con sofferenza: i problemi e le sfide di essere migranti bambini – di prima o seconda generazione – coinvolgono la società italiana. Spesso però il contesto educativo non riesce a dare autonomia e strumenti d'azione ai ragazzi; il manifestarsi del rigetto della scuola è un sintomo indicativo, ma anche l'insofferenza con gli adulti. L'inerzia, nella crescita di questi ragazzi, quindi, è un rischio costante, il più pericoloso, forse.

 

Al tempo di Pane e tempesta, Attilio ed io, insieme ai volontari ci siamo chiesti che efficacia avesse il teatro come materia di lavoro per i giovanissimi inquilini del centro di via della Canapa. Un progetto come Pane e tempesta, che deve mettere d'accordo partecipazione, tempi e qualità artistica (tre dimensioni che tirano il guinzaglio da tre parti opposte, e questo anche nel teatro professionale), ha come primo obiettivo quello di fare emergere nei ragazzi la consapevolezza della scelta, affermare in modo comprensibile che si può e che si deve scegliere. Il teatro è la disciplina delle possibilità. Prova dopo prova, nel qui e ora dell'essere in scena, esso produce opzioni, ridesta dubbi e paure. E reclama risposte: come fare questo?, si chiedono i ragazzi in primo luogo, cosa dire?. Infine perché essere qui? Il teatro – ma non solo: il fare musica, l'arte... – ha questo vantaggio, credo, sulla scuola dell'obbligo e sugli altri 'doveri' imposti ai ragazzi, che in quanto 'doveri' sono accettati o rigettati in modo acritico.



La commedia

Pane e tempesta racconta la storia del vecchio Teatro delle Rose, un teatrino in disuso dell’anonima periferia cittadina. Dopo dieci anni di rovina e di abbandono un imprenditore, il Cavalier Sibilio, detto il Boss, dagli uomini della sua società, la Imbestials.p.a., decide che l’area su cui sorge il vecchio edificio, è il posto ideale per la costruzione di uno straordinario centro commerciale, una città del consumo ipertrofica e scintillante. Ma in un sopralluogo quasi casuale nella catapecchia il Capocantiere e i due buttafuori-manovali-tuttofare del Boss, Mojo e Stan, scoprono che due attori della vecchia compagnia shakespeariana del Teatro delle Rose, non hanno mai abbandonato il teatro e, anzi, vivono tra le sue quinte, come in un rifugio. Pio e Bob, i due scalcinati attori, strappano al Boss un patto: il Teatro delle Rose sarà salvato se essi riusciranno ad allestire uno spettacolo su Biancaneve insieme a Stella ed Emme Jay, i divi del momento, gli idoli dei ragazzini di mezzo mondo. Ma Stella ed Emme Jay, che fecero i loro primi passi nello mondo dello spettacolo con Pio e Bob, sul palco del Teatro delle Rose, si odiano e non accetterebbero mai di lavorare ancora insieme. Fu il loro odio a mandare in crisi la stagione d’oro del compagnia del Teatro delle Rose, dieci anni prima.

Una sigla che riprende la grafica originale dello spettacolo.

 

Tra strane telefonate, combattimenti tra galletti, misteriosi spettri notturni amanti dei cocktail, fatine che si fanno testimonial pubblicitari e orsacchiotti di pezza che si improvvisano re medievali, cacciatori sanguinari e specchi insolenti, nel rombo delle ruspe – e forse degli applausi – che scuote i fondali, di fronte a fatidiche aperture della stagione della pesca alla trota iridata si gioca la gara contro i titani del progresso cieco e del denaro spietato, di chi vive nella polvere e lontano dalla ribalta. Di chi, per resistere, mangia tutti i giorni pane e tempesta.

 

Dal programma di sala.